La piccola coalizione fiacca Draghi
Distratte per qualche tempo dalle trattative per il nuovo governo di grande coalizione tra Cdu/Csu e Spd, stampa e opinione pubblica tedesche stanno tornando adesso a manifestare scetticismo rispetto al governo italiano. Vista dall’estero, la grande coalizione guidata da Enrico Letta è percepita ora come più “piccola” (dopo l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza), più instabile e pur sempre inconcludente sul piano delle riforme economiche. E tale scetticismo finisce oggi per investire anche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. di Giovanni Boggero e Marco Valerio Lo Prete
23 AGO 20

Distratte per qualche tempo dalle trattative per il nuovo governo di grande coalizione tra Cdu/Csu e Spd, stampa e opinione pubblica tedesche stanno tornando adesso a manifestare scetticismo rispetto al governo italiano. Vista dall’estero, la grande coalizione guidata da Enrico Letta è percepita ora come più “piccola” (dopo l’uscita di Forza Italia dalla maggioranza), più instabile e pur sempre inconcludente sul piano delle riforme economiche. E tale scetticismo finisce oggi per investire anche il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. Il governatore infatti viene accusato, più o meno velatamente, spesso in maniera strumentale, di eccessiva condiscendenza verso Roma. Una difficoltà aggiuntiva per Draghi, già alle prese con una ripresa dell’Eurozona più debole del previsto, costretto quindi a giustificare con più forza il suo operato di fronte all’opinione pubblica tedesca.
Dopo l’editoriale del Wall Street Journal d’inizio settimana contro la “stabilità da cimitero” del governo italiano, ripreso tre giorni fa con evidenza anche dalla versione tedesca del quotidiano, è stata la volta della Frankfurter Allgemeine Zeitung: “Il risanamento economico non sta facendo alcun progresso – ha scritto il quotidiano conservatore – E non aiuta il fatto che il presidente del Consiglio, Letta, racconti all’estero delle riforme varate o di come l’Italia abbia messo da sola ordine nei conti. Dimentica infatti di quante garanzie di Bruxelles e Francoforte l’Italia abbia avuto bisogno per non essere trascinata via dalla speculazione”. La Faz ne ha anche per il presidente della Bce, ricorda che “i tassi di interesse italiani sono stati mantenuti artificialmente bassi grazie alla garanzia di voler salvare l’euro del presidente Draghi, e con l’acquisto di titoli di stato italiani e il finanziamento generoso delle banche europee. Allo stesso tempo l’Italia ha approfittato anche del fatto che a Bruxelles venivano approvati i fondi di stabilizzazione e meccanismi per limitare i tassi di interesse dei titoli di stato”.
La tesi dei “favoritismi” pro Italia, che torna in auge in occasione di ogni scelta di politica più espansiva da parte della Bce, è rafforzata dallo scarso tasso di riformismo del nostro governo. Si prenda il taglio del costo del denaro deciso lo scorso 7 novembre. Subito dopo, l’economista Hans-Werner Sinn, in un’intervista alla Bild Zeitung, e poi in un intervento sul Financial Times, ha attaccato frontalmente Draghi per aver causato una riduzione ingiustificata dello spread tra titoli dei paesi in crisi e Bund, e per aver garantito “prestiti a basso costo” a paesi come l’Italia, determinandone così la fine del corso riformatore.
Nell’establishment tedesco, perfino le richieste accorate a Draghi che arrivano dall’esecutivo italiano rischiano di essere lette come una dimostrazione di rapporti simil-incestuosi. Lo scorso 4 novembre, il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ex numero due di Draghi in Banca d’Italia, aveva parlato a Londra di un euro troppo “forte” che potrebbe danneggiare la ripresa: “Quindi ora i mercati vorranno vedere un intervento, probabilmente prima della fine dell’anno”. Tre giorni dopo, hanno osservato i più maliziosi, ecco arrivare il taglio dei tassi. Ad aver irritato i media tedeschi è stata poi la dichiarazione di Letta al forum berlinese della Süddeutsche Zeitung della scorsa settimana, secondo cui la Germania non potrebbe salvare da sola l’euro, ma dovrebbe innanzitutto mostrare più solidarietà verso il resto del continente. La risposta alla richiesta lettiana l’aveva già data qualche settimana prima a Milano Jörg Asmussen, il membro tedesco della Bce più vicino a Draghi: “L’Italia è troppo grande per essere salvata da fuori. Deve potercela fare da sola”.
La Banca centrale europea, a fine settembre, si era addirittura vista costretta a smentire l’ipotesi che Draghi in persona fosse intervenuto con i vertici di Standard & Poor’s per evitare un declassamento del debito pubblico italiano. Adesso anche gli attestati di successo della politica monetaria europea, se accompagnati da considerazioni sull’eccessiva flemma italiana, rischiano di diventare un boomerang. “Senza Draghi, ci sarebbe ben poco a separare il paese dalla catastrofe”, ha detto a Bloomberg Nicola Marinelli, uno dei gestori del fondo britannico Glendevon King Ltd. (180 milioni di dollari): “L’Italia dovrebbe affrontare costi di rifinanziamento molto elevati, difficoltà nel collocare bond, e la chiara prospettiva di uscire dall’euro o di fare default”. Anche Nicholas Spiro, direttore della società britannica Spiro Sovereign Strategy, ha parlato a Bloomberg dell’effetto anestetizzante della Bce che “continua a tenere bassi i rendimenti sul debito italiano”. Proprio quello che l’establishment tedesco, che sin dall’inizio della crisi punta apertamente sull’effetto-pungolo dello spread, non vorrebbe sentirsi dire. Non a caso martedì scorso, da Washington, il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, è tornato sul tema dei titoli di stato, sostenendo che anche la valutazione del loro rischio nel portafoglio delle banche andrebbe eseguita in maniera più severa in occasione dei prossimi stress test bancari, e rivelando che una proposta in tal senso sarebbe stata bloccata proprio da Draghi.
Attaccato su più fronti, il banchiere centrale italiano è impegnato a parare i colpi dell’ortodossia tedesca. Un po’ come due anni fa – quando per essere nominato al vertice della Bce girò la Germania per accreditarsi come italiano dalle virtù prussiane – il presidente della Bce torna oggi a confrontarsi con le élite tedesche per spiegare le proprie ragioni e smarcarsi dal debole riformismo di Letta. Ad Amburgo, nelle scorse settimane, ha dialogato con il novantaquattrenne ex cancelliere socialdemocratico, Helmut Schmidt, sul futuro dell’Europa. Il politico socialdemocratico ne ha lodato apertamente la politica monetaria, sostenendo che “ci si può fidare di Draghi”; il quale, da parte sua, ne ha approfittato per una sviolinata all’export tedesco (“non si rafforza il più debole indebolendo il più forte”) e ha detto di voler “prendere sul serio” le paure della popolazione tedesca per i bassi tassi di interesse che penalizzano alcune forme di risparmio. Il 21 novembre, poi, prendendo parte al forum economico della Süddeutsche Zeitung a Berlino, Draghi ha raccomandato all’Italia di seguire l’iter riformatore tracciato dalla Germania negli anni passati. Il giorno dopo, invece, sempre Draghi da Francoforte ha respinto i “toni nazionalistici” di certe critiche alla Bce e ha rivendicato di avere un “mandato europeo”. In questo, però, è poco aiutato da Letta: il premier italiano, pur molto applaudito venerdì scorso all’evento della Süddeutsche Zeitung, non è nemmeno riuscito a strappare al collega greco, “der talentierte Herr Samaras”, il titolo di prima pagina del giorno successivo.
di Giovanni Boggero e Marco Valerio Lo Prete